Le coppie celebri:

10 - PROGNE e FILOMELA

Questa è una leggenda cupa ed atroce, ben diversa dalla maggior parte di quelle tramandateci dalla mitologia greca.
E il poeta Ovidio, nelle Metamorfosi, ci ha narrato la fosca avventura toccata a Tereo, lasciando trapelare dai suoi versi tutto l’orrore che lo pervadeva mentre li componeva.
Dante e Petrarca, invece, rifuggirono dal raccontare la vicenda nel suo crudo realismo, e cantarono soltanto l’ultima parte, quella riguardante l’avvenuta trasformazione.
Così scrive Dante nel Purgatorio:

 

Nell’ora che comincia i tristi lai

la rondinella presso alla mattina

forse a memoria de’ suoi primi guai…

e qualche canto più avanti, mentre si trova davanti a esempi di “ira mala”, aggiunge:

Dell’empiezza di lei, che mutò forma

nell’uccell che a cantar più si diletta…

Il Petrarca rievoca le due tristi sorelle in uno dei suoi sonetto più noti, quello che suona così:

Zefiro torna e il bel tempo rimena

e i fiori e l’erbe, sua dolce famiglia,

e garrir Progne e pianger Filomena

e primavera candida e vermiglia…

 

Dall’unione del re di Atene, Erittonio, con la ninfa Prassitea nacque Pandione che, alla morte del padre, salì sul trono dell’Attica.
Quando le città vicine mossero guerra ad Atene, Pandione si trovò in condizioni molto sfavorevoli per intraprendere una guerra, ma Tereo, re della Tracia, venne in suo aiuto, e così Pandione ottenne la vittoria su tutti nemici.
Allora, per compensare l’alleato, gli diede in moglie la sua primogenita, Progne.
Costei, nella reggia dei Traci, visse un po’ di tempo felice col marito e col figlioletto nato dal matrimonio: Iti.
Ben presto, però, Tereo si rivelò un uomo crudele, diffidente e maligno, ma Progne lo amava ugualmente e sperava che, col passare del tempo, la loro unione si sarebbe rafforzata.
Per quanto amasse molto il marito ed il figlio, spesso la giovane sposa sentiva la nostalgia del padre e della sorella, e perciò un giorno pregò Tereo di andare ad Atene e chiedere a Pandione il permesso di condurre con sé in Tracia Filòmela.
Tereo si recò ad Atene e, come vide la cognata, colpito dalla sua bellezza, se ne invaghì.
Egli cercò di dissimulare la sua passione e riferì al suocero il desiderio di Progne di rivedere la sorella.
Ottenutone il consenso, s’imbarcò con Filòmela alla volta della Tracia ma, appena sbarcati, s’impadronì con la forza della cognata, la nascose in un rifugio sicuro e, temendo che Filòmela rivelasse quanto era accaduto, le tagliò la lingua.
Si presentò poi alla moglie, che si aspettava di veder giungere assieme al marito anche la sorella e che, stupita, gliene chiese notizie; questi mentì dicendole che era morta.
Filòmela, intanto, aveva ricamato la sua triste vicenda su una tela, che riuscì ad inviare a Progne.
Solo in questo modo l’infelice fanciulla riuscì a far sapere alla sorella il misfatto compiuto da Tereo, e Progne poté scoprire dove la giovane fosse stata nascosta.
Lo sdegno delle due sorelle non tardò a tramutarsi in odio e a far perdere ad entrambe il senno, a tal punto da concepire un delitto terribile: decisero di vendicarsi di Tereo servendosi del suo innocente figlioletto.
Con una crudeltà attribuibile solo alla pazzia, Progne uccise suo figlio Iti, e poi le due sorelle, insieme, cossero le membra del fanciullo e le servirono in tavola a Tereo.
La moglie assistette in silenzio al pasto del marito; quando egli ebbe finito chiese che gli fosse condotto il figlio, al che Progne rispose: "Tuo figlio è già in te".
Tereo, sbalordito, cercava il bambino, perché non aveva ancora afferrato il senso terribile delle parole, ma ecco giungere Filòmela e gettare al cognato la testa insanguinata di Iti.
Quando, infine, comprese la tremenda verità, Tereo impazzì, balzò in piedi, impugnò la spada e si avventò contro Progne e Filòmela per ucciderle.
La reggia si riempì di urla, di imprecazioni, di gemiti, ma prima che il re furente raggiungesse le due donne, intervennero gli dei, che tramutarono Progne in rondine e Filòmela in usignolo.
I due uccelli spiccarono il volo dinanzi agli occhi di Tereo esterrefatto, che ebbe appena il tempo di vederle involarsi nell’aria perché subito dopo anch’egli subì una trasformazione, divenendo la lugubre upupa che nei silenzi notturni fa sentire il suo gemito opprimente e doloroso.

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